DISASTER RECOVERY REMOTO

Le nuove sfide del disaster recovery remoto

Con più dipendenti che mai a lavorare da remoto, gli eventi naturali e le altre tipiche crisi di DR diventano una sfida nuova. Cosa possono fare le aziende?

28 Mag 2021

Durante lo scorso anno, le imprese hanno spostato rapidamente l’attenzione sul lavoro a distanza. Questa tendenza era già in atto negli ultimi anni, ma la pandemia e il distanziamento sociale imposti da Covid 19 l’hanno sicuramente accelerata. La nuova situazione presenta sfide inedite e una di queste riguarda il disaster recovery.

Cambia il modo di pensare il disaster recovery

Il lavoro remoto è diventato in qualche modo la regola piuttosto che l’eccezione, costringendo le aziende a ripensare a come definiscono e gestiscono i problemi IT, in particolare la pianificazione del disaster recovery a seguito di eventi naturali. Ad esempio, anziché concentrarsi su poche strutture centrali, le organizzazioni ora devono preoccuparsi dell’alimentazione e della connettività in centinaia o migliaia di singole sedi in cui i dipendenti lavorano in remoto. Ognuno di questi siti può essere minacciato da incendi, inondazioni, trombe d’aria o qualsiasi altra serie di altri disastri naturali.

Probabilmente, le aziende devono pensare ad aiutare i lavoratori remoti a rafforzare le loro connessioni e, forse, trovare modi alternativi per migliorare la resilienza. Un percorso verso la resilienza potrebbe essere l’implementazione dei servizi 5G, che potrebbero fungere da backup o integrazione al Wi-Fi per la forza lavoro remota. In ogni caso, indipendentemente dal tipo di intervento che decidono, tutte le organizzazioni dovrebbero dotarsi di un piano di disaster recovery remoto preciso e documentato.

Predisporre un piano di DR remoto

Un prerequisito nella creazione di un piano di ripristino di emergenza remoto è la comprensione completa dell’ambiente di rischio e la previsione dei potenziali pericoli. Molti dei rischi più probabili derivano direttamente dalla lontananza della forza lavoro, ma ci sono anche rischi associati alle persone che non hanno accesso regolare ai sistemi e ai processi stabiliti. Avere una buona comprensione di tutti i rischi e “essere consapevoli che il cambiamento è l’unica costante” è vitale.

Fare una business impact amalisys (BIA) potrebbe essere una buona idea. Condurre una BIA può infatti aiutare a mostrare non solo dove le cose non funzionano, ma cosa significherebbe per l’azienda trovarsi in determinati scenari. Le informazioni potrebbero essere utilizzate per stabilire le priorità.

Il disaster recovery è un problema non soltanto dell’IT

I sondaggi di Gartner hanno evidenziato che le aziende spesso ritengono che il disaster recovery sia strettamente un problema IT, mentre l’IT spesso presume che l’azienda ne condivida la preoccupazione. Data questa realtà, è altamente probabile che il disaster revovery per i lavoratori remoti abbia delle lacune. Però le cose succedono. Nel corso della pandemia, per esempio, è successo che un’azienda abbia dovuto affrontare un’insolita situazione di disaster recovery dopo aver permesso a un fornitore di intervenire per aggiornare il software in entrambi i suoi data center. Dopo che alcuni componenti del team del fornitore sono risultati positivi al Covid 19, gli addetti di entrambi i siti sono stati posti in quarantena in quanto potenzialmente esposti e non è rimasto letteralmente nessuno per gestire altri problemi in loco.

La pandemia ci ha insegnato che le organizzazioni devono valutare tutti i potenziali rischi (proprio tutti) e stabilire le priorità. In particolare, in uno scenario in cui si continuerà a lavorare molto da casa, i responsabili del disaster recovery devono andare oltre i processi di pensiero a cui sono abituati e ragionare avendo in mente il nuovo stile di lavoro.

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